Ecco il seguito della storia nata tanto tempo fa, quando le cose andavano diversamente da ora, quando qualche cosa andava meglio e qualche cosa peggio.
Quando avrei potuto leggere l'introduzione di quella prima parte senza ridere per le beffe della sorte che propone sempre qualcosa che la faccia divertire approfittando delle altrui preoccupazioni.
Questa seconda parte non è dedicata a nessuno stavolta. Forse tornerà ad essere dedicato a qualcuno il seguito di questo seguito.
Forse no.
A nessuno
Il menestrello prese il vecchio foglio dalla borsa che portava spesso con se.
Al suo interno vi erano fogli di varia natura.
Stralci di una conversazione che tanto tempo fa aveva creato molte preoccupazioni nella sua mente.
Ora stava li, con alcuni fogli lacerati dagli altri oggetti riposti nella borsa.
E quel foglio di carta con scritte a matita e in penna, scritto tanto tempo fa, seguito che poi non ebbe il proprio di seguito.
Rimase li, in attesa del ritorno del re.
Nella locanda insieme a lui posavano i propri putridi corpi altri esseri umani, creature che neanche meritavano tale definizione.
Visti con gli occhi di un uomo comune non erano nient'altro che semplici avventori, composti, seduti ai loro tavoli a sorseggiare birra o idromiele e chiaccherare in compagnia.
Il menestrello però non vedeva con gli occhi.
La maledizione di una vecchia strega, lanciata dall'altro di un balcone al primo piano ad un bimbo in fasce nelle braccia della madre, lo aveva colpito e marchiato a vita.
Egli avrebbe visto quello che gli altri non vedevano, sentito quello che gli altri non sentivano.
Vedeva l'ipocrisia che trasudava da quelle macchie umane rese mostri ai suoi occhi.
Anche il più rispettabile dei gentiluomini, tutto agghindato nel suo vestito elegante, appariva ai suoi occhi come criminale da strada unto e pustoloso; così lo dipingeva la verità della sua anima.
Sconsolato dal mondo prese il manico del boccale e tirò giù un altro sorso.
Mentre la birra si appropriava del suo esofago vide il fondo del bicchiere dal quale beveva: confuso nella schiuma del liquido ambrato, per un attimo, gli parse di vedere il re...
Il re era diventato debole.
L'amore per il figlio era sparito quando questi se ne era andato.
Solo, senza la luce generata da questo affetto, il re era diventato molto più debole e i demoni riuscivano a combatterlo con sforzi minori.
Poiché la loro forza era alimentata dall'odio e dai cattivi sentimenti del popolo del re, dovendosi nutrire meno di questi sentimenti, il popolo iniziò a averne per se e a provare odio e invidia.
Il malcontento si diffuse in fretta: a nessuno piaceva soffrire o odiare o essere odiato e si cercò un capro espiatorio a cui dare la colpa.
Questa ricadde inevitabilmente sul sovrano: doveva aver fatto qualcosa di sbagliato, questo era il pensiero comune.
Prima le cose andavano bene, ora no. E' colpa sua, lui ci gestisce, lui ci protegge.
I sobillatori nacquero come chiasmi durante una lezione della Zapparoli (per chi non conosce sostituisca con "come funghi", ndr) , aizzarono le folle con false parole, rigirarono gli animi verso l'ingratitudine.
Presto arrivò il momento in cui il popolo fu saturo.
Gonfio dalle sofferenze provocate dai demoni e dalle menzogne dei rivoluzionari esso si rivoltò.
Fu la marcia più imponente della storia di quel piccolo regno: un mare di persone trasudanti neri sentimenti si infranse contro la scogliera delle mura del castello.
All'interno il re osservava il popolo che aveva amato e per il quale si era prodigato che tentava di abbattere i claustri della sua rocca per reclamare la sua testa.
Amare lacrime rigarono il viso del vecchio sovrano, triste perché vedeva i suoi sforzi di solidarietà vanificati.
Triste perché una vita di sacrifici per gli altri non era valsa la benché minima riconoscenza da parte loro.
Triste perché stava sorgendo in lui la rabbia.
Se il risultato dell'aprirsi agli altri e non essere egoista era quello di ottenere male allora perché fare tutto ciò?
E pensare che era stato anche abbandonato da suo figlio.
“Ecco, mio figlio, lui si che aveva ragione. Mi diceva che il popolo sarebbe stato sempre irriconoscente e all'insorgere del minimo problema la colpa sarebbe stata addossata a me.
Quanto aveva ragione...”
Con questi pensieri nella mente il re fece chiamare il capo delle guardie.
«Raduna i tuoi uomini. Armatevi più che potete. Uccidete i sudditi ribelli.»
«Sire, sono troppi, superano almeno di dieci volte il nostro numero» ribatté il capo delle guardie.
«Bene, allora armatevi di più. Affrontateli e uccidetene più che potete. Morite. Per me.Sono il re e ve lo ordino!»
«Sia fatta la vostra volontà» rispose il capo delle guardie.
Poi andò alla caserma del castello e lanciò lo stato di allerta.
Abili operai, i soldati si armarono di tutto punto. Schierati nella corte interna attendevano ordinati l'ordine del capo delle guardie.
Di fronte a loro l'enorme cancello delle mura di cinta stava per cedere sotto i colpi pieni d'odio dei cittadini.
Il capitano somministrava disciplina ai suoi uomini.
Con le parole li manteneva in riga, immobili fino al suo segnale.
Con le parole teneva saldi i loro cuori, li svuotava dagli umani sentimenti.
«Siete fredde macchine da morte, signori. Oggi combattiamo per difendere il re, oggi difenderemo colui che ha sempre sofferto per difendere il suo popolo.
Lo difenderemo proprio dall'ingratitudine villana generata da cuori sporchi e corruttibili.
Stringete il pugno intorno alla spada, armate l'arco e proiettate la freccia in mezzo agli occhi del nemico»
Un tonfo sordo interruppe le parole del capitano.
L'oscura marea dei villici fece irruzione nella corte principale.
Fredde e impassibili stavano le scogliere della guardia reale.
Arcieri nelle retrovie fremevano per scoccare la morte con le piume.
I soldati in prima linea abbassarono le lance, attendendo l'arrivo della marea.
Fu così che la prima ondata si infranse sugli scogli schizzando sangue.
Il popolo in rivolta non ebbe neanche il tempo di pensare a quali sarebbero state le conseguenze del suo assalto; guidato dal solo odio si gettò dritto lungo le aste di lance acuminate.
Bloccata la furia iniziale, il capitano ordinò che venisse aperta la prima linea.
Come due candide ali che si aprono per spiccare il volo, la formazione dei soldati in armatura argentea si fece strada nel grigio delle vesti dei paesani.
Alla testa del cuneo stava il capitano delle guardie, menando fendenti a destra e manca con precisione chirurgica.
Il cuneo procedette compatto per poco. Appena penetrato in profondità, l'esercito del re si trovò circondato da villani dagli occhi raggianti d'ira.
Molte storie di arte combattiva si scrissero in seguito a quella battaglia, molte uccisioni andarono ad aumentare la fama di quei soldati. Il capitano guidava la classifica di questa carneficina.
Grazie all'abilità nella spada riusciva a farsi beffa di tutti i nemici che gli si paravano di fronte, di lato o alle spalle.
Nel mezzo della mischia si ritrovò ad incrociare la spada col figlio.
Nei primi attimi della tenzone non riuscì neanche a riconoscerlo.
La frenesia della battaglia e l'odio nei suoi occhi ne avevano alterato i tratti.
Il ragazzo che egli stesso aveva contribuito a crescere ora gli puntava contro la spada che egli stesso gli aveva donato.
Un solo scambio di sguardi tra il padre e il figlio, poi un rapido tintinnare di metallo, poi altro sangue a nutrire la spada del capitano.
"Un padre non dovrebbe seppellire il proprio figlio, neanche per impartirgli l'ultima lezione della sua vita, neanche per mostrargli che l'odio e il rancore e l'ipocrisia di un popolo irriconoscente non portano a niente."
Questo pensò il capitano mentre calpestava le membra esanimi della sua prole, procedendo tingendo di rosso la massa di grigio odio che ormai lo circondava completamente.
Poco lontano dalla battaglia, su una collina vicino alle mura del castello, un cavaliere nel suo mantello nero osservava gli eventi...
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